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Heartofglass.altervista.org review

Lush Rimbaud con L/R è forse l’uscita più sperimentale di tutto il 2015, proprio perché l’approccio non azzarda soluzioni estreme o troppo eclettiche, ma bensì un less is moreben congegnato atto a collezionare brani scarni, seccati al sole, nel quale i contrasti più forti si manifestano come fantasmi evanescenti per poi sparire come un baleno.

Check-in: I lavori dei Lush Rimbaud sono a lenta gestazione (e per questo anche molto attesi), lo dimostra la carriera decennale costellata da due album ed uno split, tuttavia Michele Alessandrini, David Cavalloro, Marco Giaccani e Tommaso Pela prediligono la ricerca ed una certa sperimentazione ragionata (mai fine a stessa e mai sopra le righe), ed in questa ultima uscita, la band ha lavorato decisamente per sottrazione, cercando di smussare ed impoverire il più possibile il sound, eliminando tutto ciò che non fosse strettamente necessario.
L/R (co-prodotto da Bloody Sound Fucktory efromSCRATCH Records) è quindi un disco costruito con una precisa mission, e deriva da una certa quota dall’ascolto di quella euro-disco che sta ritornando prepotentemente grazie alla riscoperta dei lavori di Giorgio Moroder. Minimalismo ed essenzialità che si scontrano palesemente con la ricchezza sonora (anche sprecata!) che negli anni ’80 veniva elargita con manica larga: sta proprio qui la sperimentazione e l’andare contro le regole dei Lush Rimbaud.

Il viaggio: Brani oscuri, musicalmente criptici, inni all’anti-banalità, il quartetto marchigiano calca la mano con i bassi ed i toni cupi, infierendo sui timpani con voci sofferte, teatrali, in lanci orchestrali in bilico tra l’onirismo di Lynch e la tensione horror della seconda metà degli anni ’80. Ingredienti basilari che portano a nove brani di complicata comprensione, e che devono essere approcciati con una certa fiducia, in un viaggio profondo e di difficile decifrazione entro l’inconscio. Marmite apre il disco con un passo danzante deviato, le tonalità basse imprimono un timbro claustrofobico, ma sono gli effetti di passaggio (talvolta fugaci, talvolta persistenti) a rendere sinistro un brano dai connotati sessuali androgini.
E’ l’entrare a piè pari nelle atmosfere di L/R (left/right per il modo il cui i volumi e le dinamiche attraversino il cervello da sinistra a destra), nel quale i Lush Rimbaud non si prendono neanche la briga di prepararci con qualche incipit d’avvertimento. Ed il resto diventa ancora più estremo nell’anfetaminicaAcid Skyline, nel quale echi di chitarre affogano lentamente (prima d’alzare la testa per un ultimo respiro) sotto litri e litri di dub.
Se il fiato è già corto dopo due brani, è conNever Regret che la tensione d’impatto si placa, per insinuare spettrali visioni alla Blue Velvet (Lynch): elementi chiaramente blues s’incastrano in una matrice psichedelica emulando un viaggio nel deserto costellato di voci, impressioni e relazioni intrapersonali. Brano allucinato e summa del magnifico lavoro prodotto dai Lush Rimbaud.
In maniacale elenco, procedo con G-Spot, nel quale tutto il minimalismo viene rilasciato a piccole dosi in un escalation quasi kraftwerkiana; mentre in Silent Room è l’inconscio a bussare alla porta della coscienza e a rivangare ecstasy d’emozioni e tracce di ricordi, il tutto immerso in atmosfere liquide e fluorescenti. Già emotivamente provata a metà disco, conSuperindian riprende il cammino extra-corporale attraverso l’espediente del viaggio allucinato: sono le sensazioni basilari (caldo e freddo, luce e buio) l’ultimo contatto con il mondo terreno, ed il cantato parlato mi indica ove volgere lo sguardo, ove puntare il passo. Nel finale il pathos implode in un’amalgama sonora compatta e ricca, che ben presto s’esaurisce in echi di effetti e in una batteria che crolla esanime, come la sottoscritta, oramai smarrita!
Il balzo nell’electrobeat anni ’90 di Not The Monkey mi fa sembrare come una piccola miniatura dentro la testa dei Lush Rimbaud (estrema metamorfosi!), mentre ripetono ossessivamente il mantra “We’re Not The Monkey in the tiger’s mouth”. A livello compositivo scorgo un lieve omaggio a Moroder, ma anche un certo underground metropolitano deturpato.
The Valley è forse il brano meno elaborato del disco, e a detta degli stessi Lush Rimbaud un limpido ritorno alle origini, che tra chitarre garage ed echi elettronici trova la sua dimensione più appettibile. Giusto l’ultimo respiro per affrontare Dark Side Call con cui termina questo (emotivamente sofferto) viaggio tra conscio ed inconscio; così tra una marcetta elettrica ed echi synth sinistri (I remember nothing dei Joy Division?) eccomi dinanzi ad un’altro piccolo gioiello di musica minimalista.

Check-outL/R è un lavoro complesso, molto raffinato, specie nella ricerca con cui i Lush Rimbaud hanno creato un ponte mentale tra l’ascolto del disco e le sensazioni derivanti, ottenendo così stupore, turbamento e senso d’oblìo. Riferimenti alla letteratura sporca di Bukowski, o alle teorie sensoriali di Lynch, passando per maestri del calibro di Morricone e Badalamenti, sono ingredienti importanti ma non essenziali volti ad ispirare i Lush Rimbaud nella loro personale rielaborazione della musica. Un disco potente e conturbante, emotivamente minimale e destabilizzante!

By Bambolaclara

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