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losthighwais.it review

Terzo disco per i Lush Rimbaud che, dopo cinque anni, tornano con Marmite. A cinque anni da The sound of the vanishing la band anconetana torna con un sound molto più dark.
L’elettronica, in questo disco, tesse le fila spingendosi fino alle increspature della new wave. Gli echi dei più grandi maestri sono inevitabili ed impossibili da ignorare come nella lenta e febbrile Dark side call dove i Joy Division si fanno sentire per tutto il brano. Fascinosa Never Regret, si distingue per il suo brillante mantello nero mentre incede in una marcia onirica. Un disco che non lascia spazio ad incertezze di stile: i Lush Rimbaud ribadiscono in ogni brano la loro vocazione per questo tipo di sound, compatto, quasi asfissiante. I ritmi raccolgono velocizzazioni e le atmosfere sono sempre sul punto di riversarsi in un climax di rivelazione con successiva esplosione. Eppure no, nessuna luce a dipanare il corollario di vibrazioni metalliche incessanti. Silent room è un museo di rumori soffocati e pulsioni sparse che trapuntano tutto il pezzo.
Una band con la voglia di sperimentare, lo ha dimostrato anche in questa terza prova.

Elisa Des Dorides

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Heartofglass.altervista.org review

Lush Rimbaud con L/R è forse l’uscita più sperimentale di tutto il 2015, proprio perché l’approccio non azzarda soluzioni estreme o troppo eclettiche, ma bensì un less is moreben congegnato atto a collezionare brani scarni, seccati al sole, nel quale i contrasti più forti si manifestano come fantasmi evanescenti per poi sparire come un baleno.

Check-in: I lavori dei Lush Rimbaud sono a lenta gestazione (e per questo anche molto attesi), lo dimostra la carriera decennale costellata da due album ed uno split, tuttavia Michele Alessandrini, David Cavalloro, Marco Giaccani e Tommaso Pela prediligono la ricerca ed una certa sperimentazione ragionata (mai fine a stessa e mai sopra le righe), ed in questa ultima uscita, la band ha lavorato decisamente per sottrazione, cercando di smussare ed impoverire il più possibile il sound, eliminando tutto ciò che non fosse strettamente necessario.
L/R (co-prodotto da Bloody Sound Fucktory efromSCRATCH Records) è quindi un disco costruito con una precisa mission, e deriva da una certa quota dall’ascolto di quella euro-disco che sta ritornando prepotentemente grazie alla riscoperta dei lavori di Giorgio Moroder. Minimalismo ed essenzialità che si scontrano palesemente con la ricchezza sonora (anche sprecata!) che negli anni ’80 veniva elargita con manica larga: sta proprio qui la sperimentazione e l’andare contro le regole dei Lush Rimbaud.

Il viaggio: Brani oscuri, musicalmente criptici, inni all’anti-banalità, il quartetto marchigiano calca la mano con i bassi ed i toni cupi, infierendo sui timpani con voci sofferte, teatrali, in lanci orchestrali in bilico tra l’onirismo di Lynch e la tensione horror della seconda metà degli anni ’80. Ingredienti basilari che portano a nove brani di complicata comprensione, e che devono essere approcciati con una certa fiducia, in un viaggio profondo e di difficile decifrazione entro l’inconscio. Marmite apre il disco con un passo danzante deviato, le tonalità basse imprimono un timbro claustrofobico, ma sono gli effetti di passaggio (talvolta fugaci, talvolta persistenti) a rendere sinistro un brano dai connotati sessuali androgini.
E’ l’entrare a piè pari nelle atmosfere di L/R (left/right per il modo il cui i volumi e le dinamiche attraversino il cervello da sinistra a destra), nel quale i Lush Rimbaud non si prendono neanche la briga di prepararci con qualche incipit d’avvertimento. Ed il resto diventa ancora più estremo nell’anfetaminicaAcid Skyline, nel quale echi di chitarre affogano lentamente (prima d’alzare la testa per un ultimo respiro) sotto litri e litri di dub.
Se il fiato è già corto dopo due brani, è conNever Regret che la tensione d’impatto si placa, per insinuare spettrali visioni alla Blue Velvet (Lynch): elementi chiaramente blues s’incastrano in una matrice psichedelica emulando un viaggio nel deserto costellato di voci, impressioni e relazioni intrapersonali. Brano allucinato e summa del magnifico lavoro prodotto dai Lush Rimbaud.
In maniacale elenco, procedo con G-Spot, nel quale tutto il minimalismo viene rilasciato a piccole dosi in un escalation quasi kraftwerkiana; mentre in Silent Room è l’inconscio a bussare alla porta della coscienza e a rivangare ecstasy d’emozioni e tracce di ricordi, il tutto immerso in atmosfere liquide e fluorescenti. Già emotivamente provata a metà disco, conSuperindian riprende il cammino extra-corporale attraverso l’espediente del viaggio allucinato: sono le sensazioni basilari (caldo e freddo, luce e buio) l’ultimo contatto con il mondo terreno, ed il cantato parlato mi indica ove volgere lo sguardo, ove puntare il passo. Nel finale il pathos implode in un’amalgama sonora compatta e ricca, che ben presto s’esaurisce in echi di effetti e in una batteria che crolla esanime, come la sottoscritta, oramai smarrita!
Il balzo nell’electrobeat anni ’90 di Not The Monkey mi fa sembrare come una piccola miniatura dentro la testa dei Lush Rimbaud (estrema metamorfosi!), mentre ripetono ossessivamente il mantra “We’re Not The Monkey in the tiger’s mouth”. A livello compositivo scorgo un lieve omaggio a Moroder, ma anche un certo underground metropolitano deturpato.
The Valley è forse il brano meno elaborato del disco, e a detta degli stessi Lush Rimbaud un limpido ritorno alle origini, che tra chitarre garage ed echi elettronici trova la sua dimensione più appettibile. Giusto l’ultimo respiro per affrontare Dark Side Call con cui termina questo (emotivamente sofferto) viaggio tra conscio ed inconscio; così tra una marcetta elettrica ed echi synth sinistri (I remember nothing dei Joy Division?) eccomi dinanzi ad un’altro piccolo gioiello di musica minimalista.

Check-outL/R è un lavoro complesso, molto raffinato, specie nella ricerca con cui i Lush Rimbaud hanno creato un ponte mentale tra l’ascolto del disco e le sensazioni derivanti, ottenendo così stupore, turbamento e senso d’oblìo. Riferimenti alla letteratura sporca di Bukowski, o alle teorie sensoriali di Lynch, passando per maestri del calibro di Morricone e Badalamenti, sono ingredienti importanti ma non essenziali volti ad ispirare i Lush Rimbaud nella loro personale rielaborazione della musica. Un disco potente e conturbante, emotivamente minimale e destabilizzante!

By Bambolaclara

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Deamoncleanerzine.com review

Se un tuo amico, una sera ti dicesse: – La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce – Forse dovresti parlarne di nascosto con la sua famiglia o semplicemente dargli dei piccoli colpetti sulla fronte, affinché torni a dire cose dementi. Se invece a dirlo è Philip K.Dick la cosa prende un’altra piega. Autore imprescindibile per tutta la cultura cyberpunk, nella sua opera puoi trovarci Cronenberg, mutazioni genetiche, lsd, discorsi ontologici, Lynch, problemi psichici, retrofuturismo, adroidi, paesaggi post-apocalittici. Ambientazioni perfette per avere in cuffia L/R l’ultimo disco deiLush Rimbaud.

La band Made in Ancona, a due anni dallo split con gli olandesi zZz ed a cinque da The sound of the vanishing era (che aveva ottenuto il consenso di molti), con L/R, uscito all’inizio dello scorso Ottobre e prodotto da Bloody Sound Fucktory e fromSCRATCH Records, potrebbe raggiungere più ampi riconoscimenti. I Lush Rimbaud con questo nuovo album scrollano il punk dalla loro anima eternamente psichedelica, e trovano approdi nell’ elettronica e nel dark più elegante, aprendosi a contaminazioni che sembrano lontane dalle cose che avevano creato in precedenza, come la collaborazione con il collettivo Hell’z Eye: una scommessa non poco coraggiosa. Alla formazione usuale composta da Tommaso Pela (voce, chitarra) David Cavalloro (chitarre, voce) Marco Giaccani (basso, voce) eMichele Alessandrini (batteria), in studio si sono aggiunti Abramovic(tromba in Never Regret Super Indian)Eolo Taffi (Doublebass in Dark side call) e Giulio Ascoli (coro aggiunto inSuperindian e Synthetic drums in G-Spot). Il risultato è un lavoro completo che si apprezza sia come concept-album, sia preso a piccoli pezzi.

Quando fai un viaggio, di qualsiasi natura esso sia, vorresti registrare tutto, ogni tappa, ogni sensazione. Ma poi finisce che certe cose prendano più spazio di certe altre, per ragioni non sempre comprensibili. A me è capitato lo stesso con L/R e voglio dirvi poche cose: Silent room è l’abisso profondo del disco, dove le percezioni sensoriali diventano flussi elettronici, in questa stanza, mentre respiri piano, potresti avere la sensazione di essere capito, almeno da te stesso. In The Valley il passo è più spedito e convinto, si corre sopra un tappeto darkwave, mentre in faccia si avvertono, sempre più forti, folate di un vento psichedelico. Quando arriva Dark Side Call ormai i Lush Rimbaud conoscono la sconfinatezza dell’ universo come le loro tasche. Prendono un buco nero per un megafono e dicono a casa che lì va tutto bene.

Con questo disco i Lush Rimbaud dimostrano di essere arrivati ad un punto cruciale della loro sperimentazione. Di ogni sperimentazione. Quel momento in cui è possibile amministrare tutte le proprie capacità espressive, fare un passo sicuro in avanti senza sputare sopra a ciò che hai fatto fino ad allora. Lasciando poco al caso, miscelano sapientemente ritmi e suoni, realizzando un disco maturo e dalle mille suggestioni. 

Recensione  di Sisto Razzino

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Rockit.it blog

“L/R” come “left” e “right”, i due poli alla base dell’ingegneria del suono, ma anche come la più semplice, immediata abbreviazione di Lush Rimbaud, band anconetana cui presentiamo il terzo disco di brani inediti.
Una produzione Bloody Sound Fucktory efromSCRATCH Records che giunge dopo ben cinque anni dal precedente long play: per le attuali stagioni discografiche, una vita di silenzio interrotta solo dallo split album con gli olandesi zZz datato 2013.

Nove tracce per un’evoluzione sonora concreta: se le opere precedenti del gruppo riportavano, radicalmente, all’elettronica più “kraut”, ispessita da saturazioni digitali, “L/R” è snello, dalla matrice chiara ma nettamente più post-punk, aperto al passato e alla musica continentale. Diventano manifesto di questa nuova stagione artistica brani come “Acid Skyline” (promossa a pieni voti, ritmicamente ossessiva come i migliori episodi dei Bloc Party e carica di sfumature elettroniche) e “The Valley” (melodicamente post-punk e dall’impatto immediato); si archivia con promozioni piene la performance in sala registrazione dei quattro musicisti marchigiani, che imprimono con perizia e giusto dinamismo le melodie ideate in quasi un lustro di silenzio.

Il terzo capitolo dei Lush Rimbaud è interessante, senza troppi giri di parole: uscire dalla laguna dark (e dai relativi stereotipi musicali) è sinonimo di forte personalità, carisma che “L/R” trasuda attraverso ogni nota riprodotta. Questa è la strada giusta, qui ci sono gli spunti più interessanti: attendiamo con fiducia il prossimo disco.

Di Giandomenico Piccolo

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rockgarage.it review

by Paolo Tocco

Marchigiani fuggiti all’omologazione della provincia costituita. Il resto del Mondo chiama. Lush Rimbaud risponde. Odio i paragoni e le etichette e con loro, meno che mai, sono obbligatoriamente da dimenticare anche se…anche se non faccio a meno che pensare al nuovo (ormai vecchio) capolavoro dei Mogway dal titolo2Rave Tapes oppure alle psichedelie di chicchessia vogliate, Goblin piuttosto che Lindo Ferretti (tanto per restare in Italia). E per tratti irreversibili direi che Jan Garbarek mette il suo zampino quando i L.R. colorano di sax la moltitudine di forme liquide nel brano Never Regret. Insomma un disco che di concreto (per fortuna) ha davvero poco. Di terreno ancora meno. E come testimonia il video del singoloMarmite direi che di una facciata di pietra e cemento potremmo solo salvare i lineamenti instabili dei contorni, quelli disegnati da un gioco di luce rigorosamente a led.

Il nuovo disco di Lush Rimbaud allora diventa un’opera di sintesi quando, a paragone del loro passato, troviamo silenzi misurati e spazi aperti che non restituiscono l’ansia di volersi riempire. Aspettano con arte e mestiere, dosano i dettagli, nei suoni come nelle rarefatte melodie che di tanto in tanto piovono a restituire, all’ascolto normale, un punto d’appiglio. Lush Rimbaud in fondo sono figli di questa Italia e ancora mi spiego da cosa e dove prendono spunto per una simile rivoluzione culturale: in queste 9 tracce non trovo nulla che sia riconoscibile al nostro comun sentire, per quanto di suo colonizzato ai tempi moderni.

Era del digitale. Sarebbe interessante capire se anche “via cavo” avessero avuto tanto ardire e inventiva. Forse il mouse e il computeropen source ne danno una mano importante, prima sul piano tecnico e poi su quello creativo. Di certo è che L/R resta un’opera e non un disco, resta un’immagine e non un suono. Restano sensazione fluttuanti in una distesa incalzante di visioni geometriche non riconoscibili a priori. Bel sound ragazzi. Da ascoltare con misurata cura e dedizione.

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PROGRESSIVAMENTEBLOG REVIEW

Attivi da oltre 10 anni, tornano i Lush Rimbaud (Tommaso Pela voce e chitarra, David Cavalloro alla chitarra, Marco Giaccani al basso e Michele Alessandrini alla batteria) con il nuovo L/R, che ripropone il canovaccio di suoni sintetici ed elettrici e il connubio tra psichedelica e dark wave che avevano già contraddistinto Action from the basement del 2007, The sound of the vanishing era del 2010 e lo split del 2013 con gli olandesi zZz. Uscito ad ottobre 2015 per la BloodySoundFucktory e la fromSCRATCH records, L/R conferma la volontà della band di Ancona di sperimentare e giocare con la loro arte, attraverso un percorso fatto di trame oscure e matrice pop, una soundtrack della propria esistenza in cui l’alone dark si confonde con ritmiche danzabili. Marmite è un inizio dinamico, figlio di un elettropop imparentato con gli U2 più sperimentali, a cui fa eco il breve rock elettronico di Acid Skyline, episodio piacevole prima della maggiormente ragionata e strutturata Never Regret, brano che presenta anche un bel lavoro di Cavallaro e l’inserimento azzeccato della tromba di Abramovic. Dosi massicce di elettronica in G-Spot, un discreto sperimentalismo che però non lascia traccia e mi pare abbia anche meno mordente rispetto a quanto emerso sinora. Molto meglio Silent room, una bella ballata dark con Eolo Taffi al contrabbasso, che mi ha ricordato qualcosa dei mai troppo celebrati Virgin Prunes di … If I die, I die, così come Super-Indian che continua in direzione di una dark wave carica di effetti, con Abramovic che si inserisce egregiamente nel tessuto della band e dialoga brillantemente con il recitato di Pela, prima dell’intenso finale corale. Dopo due brani di tale forza Not the monkey risulta ancorata ad un pop rock un po’ insipido, mentre The Walley ha impeto post rock e fraseggi in odore di New Order, con un interessante lavoro ritmico della coppia Giaccani-Alessandrini. Dark side call è un finale soffuso con Taffi nuovamente presente e bravo nell’aumentare quel clima plumbeo caro ai grandi Joy Division e chiusura degna di un lavoro che rimette in carreggiata un gruppo che ha ancora tanto da dare al panorama indie italiano. (Luigi Cattaneo)

 

http://progressivamenteblog.blogspot.it/2015/11/lush-rimbaud-lr-2015.html

 

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TUTTOROCK.NET REVIEW

L/R“ è il terzo Lp dei Lush Rimbaud, a cinque anni di distanza dall’ultimo disco, l’apprezzato “The sound of  the vanishing era” (2010) e a due dallo split con gli olandesi zZz (2013). L’album, co-prodotto da Bloody Sound Fucktory e fromSCRATCH Records, segna un passaggio per la band marchigiana e un naturale processo di distacco dalle sonorità punk e kraut del passato in favore di una psichedelia intima e raffinata, più dark ed elettronica. Due anni di gestazione (i primi embrioni del disco sono dell’aprile 2013) segnati dalla volontà da parte della band di dare maggior coerenza alla composizione delle canzoni rispetto a quanto fatto in passato, secondo il concetto del “less is more” e partendo da procedimenti (e ritmi) di composizione differenti e più lenti. Tutto ciò riflette in pieno il mood di “L/R“. Un album asciutto, suggestivo ed evocativo, dai ritmi dilatati, con una grande attenzione alle melodie e al groove di ogni brano.

A volte riusciamo ancora a sorprenderci, o meglio riescono a sorprenderci!! Pensi di essere di fronte al solito disco del giorno d’oggi, pulito, ben fatto, bravi musicisti, il tutto confezionato in un pacco regalo. Marmite ti assale subito alla gola, attacco aggressivo fatto di riff lancinanti, suoni punkeggianti distorti e psichedelici, tondi e taglienti, torniamo indietro di decenni per riassaporare grande musica. Acid skylineprosegue sulla stessa scia lasciando capire che l’ouverture non è un fortunato caso. Tutto l’album si mantiene su toni di alto valore, prodotto compatto, suoni acidi, ancora da rimarcare la sognante ed affascinante G-Spot, acida all’inverosimile Silent room, un tuffo lisergico nei raduni seventies della west coast.

Un grande album, sorprendente e godibilissimo, spruzzate di psichedelia punk, un misto di diverse influenze che si intrecciano per compilare un disco da portarsi a casa il prima possibile.
MAURIZIO DONINI
Voto 8,5/10

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